Il fenomeno delle persone onnivore contrarie alla caccia è vissuto con fastidioso stupore dai cacciatori e con assoluta naturalezza da chi ne è protagonista: perché? La domanda può sembrare banale, ma capire perché l’onnivoro condanni il cacciatore, che è l’unico a non nascondersi davanti alla morte di un animale, è complesso. La risposta breve è che il nostro giudizio morale sulla morte degli animali non segue la loro sofferenza, ma la sua visibilità.
Un cacciatore è appostato dall’alba quando un capriolo esce al margine del bosco. Lo osserva a lungo e valuta: sesso, età, condizione sanitaria e possibilità di riuscita di un’eventuale azione di caccia. Se ogni elemento combacia, aspetta l’angolo di tiro giusto e spara. Poi raggiunge l’animale, lo tocca, lo eviscera con le mani dentro il corpo caldo, lo carica in spalla e lo porta al centro di lavorazione della selvaggina per il controllo. Qualche giorno dopo lo sezionerà e lo mangerà con la sua famiglia. Dal primo all’ultimo gesto, non c’è un solo passaggio che non abbia compiuto lui. Non ci sarà nessuno dietro cui nascondersi: sarà impossibile ingannare la propria coscienza.
Nel frattempo, un camion scarica all’alba. Gli animali percorrono un corridoio che si restringe fino a impedir loro di girarsi. Poi tutto è semplice: stordimento, aggancio, dissanguamento, scuoiatura e sezionamento. Ogni operatore esegue un solo gesto per ore, ma nessuno vede l’intera sequenza. L’antropologo Timothy Pachirat, che ha lavorato sotto copertura in un macello del Nebraska, ha contato un bovino ucciso ogni dodici secondi e ha descritto una divisione del lavoro organizzata in modo che quasi nessuno, dentro l’impianto, assista alla morte. Il prodotto finale arriva in vaschetta sotto pellicola o, quando il marketing è ancora più avanzato, è così ben nascosto che neanche si vede.
Una di queste due morti genera petizioni, interrogazioni parlamentari e campagne denigratorie in TV e sui social media: l’altra è il pranzo della domenica.
Come la carne è sparita dalle tavole
La risposta è lunga perché è il risultato di un processo durato cinque secoli, che il sociologo tedesco Norbert Elias ha descritto nel 1939 nel libro Il processo di civilizzazione.
Elias documentò un cambiamento apparentemente marginale nelle buone maniere europee. Nel tardo Medioevo l’animale arrivava a tavola intero e riconoscibile e sezionarlo davanti agli ospiti era un’abilità sociale apprezzata. Nei secoli successivi quel gesto arretra: prima in un angolo della sala, poi in cucina, poi fuori dalla casa.
A tavola resterà solo il taglio che dell’animale non conserva più la forma. Elias chiama questo fenomeno “spostamento dietro le quinte”: ciò che urta la sensibilità delle persone non viene abolito, viene nascosto ai loro occhi.
Quarant’anni dopo, in La solitudine del morente, Elias applica lo stesso schema alla morte umana. Anch’essa lascia la casa e passa alle istituzioni, diventando invisibile. Le due traiettorie sono, in realtà, la stessa storia: la carne e la morte sono uscite insieme dal campo visivo delle persone.
Il suo pensiero va letto con precisione, perché è facile fraintenderlo: Elias descrive, non condanna. Non sta dicendo che nel corso dei secoli ci siamo “rammolliti”, rileva che la soglia di sensibilità si è alzata e che, parallelamente, si è organizzata una macchina per non metterla alla prova.
Occhio non vede, coscienza non duole
Che la distanza modifichi il giudizio morale non è una suggestione letteraria di Elias: è stato misurato in ambito accademico. Ecco tre studi utili per capire come funziona questo meccanismo.
Il primo mostra che togliamo dignità all’animale anche dopo averlo mangiato. Nel 2010 Loughnan, Haslam e Bastian hanno pubblicato sulla rivista Appetite un esperimento semplice: due gruppi di persone, al primo veniva fatta mangiare carne e al secondo no. Subito dopo, a tutti veniva chiesto di valutare quanto un animale d’allevamento fosse capace di provare emozioni e di meritare considerazione morale. Chi aveva appena mangiato carne gli attribuiva minor capacità in entrambi i valori.
L’ordine, in questo studio, è la cosa più importante. Non decidiamo solo in anticipo che l’animale non sente niente per poi mangiarlo con la coscienza a posto: dopo averlo mangiato, la testa lavora a ritroso per rendere accettabile una cosa già fatta. Uno studio successivo dello stesso gruppo (Bastian e colleghi, 2012) ha mostrato che basta sapere di stare per mangiare carne, per attribuire all’animale minor capacità mentali. La giustificazione, quindi, non precede la scelta né la segue soltanto: la accompagna.
Il secondo studio dimostra che le scuse che usiamo per giustificarci di mangiare animali sono sempre le stesse quattro. Tre le aveva già individuate Melanie Joy nei suoi lavori sul carnismo, le cosiddette “3N”: mangiare carne è naturale, normale, necessario. Nel 2015 Jared Piazza e colleghi hanno aggiunto la quarta, “nice”, cioè che è buona. Poi hanno messo le “4N” alla prova: queste quattro frasi coprono da sole tra l’83% e il 91% delle giustificazioni che le persone danno spontaneamente quando devono spiegare perché hanno della carne animale nel piatto.
Sono le stesse quattro frasi che chiunque di noi ha pronunciato almeno una volta. Qui devo rilevare una cosa scomoda da cacciatore: “è naturale”, è anche l’argomento preferito da una parte del mondo venatorio.
Il terzo studio è, secondo me, quello decisivo, perché dimostra che per cambiare la morale basta cambiare la confezione. Nel 2016, sempre su Appetite, Kunst e Hohle hanno presentato alle persone la stessa carne in due modi diversi: da una parte il taglio anonimo, dall’altra l’animale intero, con la testa ancora attaccata e il nome al posto dell’eufemismo da banco frigo. Con la seconda presentazione l’empatia sale, il disgusto sale e cresce anche la disponibilità a scegliere un’alternativa vegetale.
Fermiamoci un secondo per comprendere meglio cosa significa. Stesso animale, stessa sofferenza, stesso numero di morti: cambia solo ciò che la persona vede e con esso il suo giudizio morale. Questo è un limite della nostra specie che ormai è diventato una scelta; non è semplice ingenuità o ipocrisia, diventa una responsabilità.
La miope condanna sociale contro la caccia
A questo punto possiamo rispondere alla domanda iniziale perché basta mettere in fila le persone che compongono la filiera della carne e osservare due cose: quanto ciascuna è esposta all’atto di uccidere e quanta condanna sociale riceve.
Il cacciatore, è innegabile, vede tutto: sceglie l’animale, lo uccide, lo macella e lo mangia. Non c’è nessuna delega né mediazione e per lui la condanna sociale è massima. È l’unica figura di questa catena contro cui esistono campagne diffamatorie, referendum e proposte di abolizione.
L’operatore del macello, a seconda del suo ruolo nella catena, vede quasi tutto ma non sceglie niente perché esegue un gesto retribuito dentro un ciclo che non ha deciso. Per lui non c’è nessuna condanna sociale: nessuno ha mai organizzato una petizione contro di lui e sarebbe giustamente considerato indecente farlo.
E il consumatore? L’onnivoro anticaccia non vede niente e non sceglie nessun singolo atto. Paga perché la morte avvenga altrove. Condanna sociale? Zero. Anzi, è lui a emetterla con vigore nei confronti del primo.
La correlazione è inversa e quasi perfetta: più sei vicino alla morte e più sei colpevole. Esiste anche la controprova, che è la parte più scomoda del ragionamento. Dove la sofferenza è massima per durata, intensità e numero, cioè nell’allevamento intensivo, dove non si tratta di un singolo istante ma di un’intera vita, e dove i capi si contano a miliardi anziché a migliaia, lì la visibilità è minima e l’indignazione collettiva è minima di conseguenza.
Se il criterio morale fosse la sofferenza, questi numeri sarebbero rovesciati. Non lo sono. Quindi il criterio non è la sofferenza.
Perché cacciatori e vegani superano la falsa morale
Il test appena visto si può applicare a tutti e i risultati sono meno banali di quanto il fronte venatorio di solito ammetta.
Il vegano coerente lo supera perché ha guardato il sistema, ne ha tratto una conclusione e ne è uscito. Si può discutere se la sua uscita sia completa, e non lo è del tutto perché nessuna dieta è a “zero morti”. La mietitura meccanica e i rodenticidi uccidono, la conversione di habitat a monocoltura uccide ancora di più. Ma qualunque cosa io pensi delle sue conclusioni, non è lui l’oggetto di questo articolo.
Anche il cacciatore supera il test perché ha guardato lo stesso sistema, è rimasto dentro e ha scelto di eseguire personalmente ogni passaggio che il consumatore delega. Non ha costruito pareti di vetro perché non ha pareti.
L’onnivoro anticaccia non lo supera invece. Non perché sia una brutta persona, ma perché la sua posizione è l’unica delle tre che si regge sulla distanza. La sua condanna colpisce esattamente il caso più trasparente della filiera e si ferma davanti al più opaco. Non è una scelta morale e neanche ipocrisia: è una funzione della visibilità e gli studi citati sopra ne descrivono il meccanismo con una precisione imbarazzante.
Caccia e veganismo, in altre parole, sono due risposte oneste alla stessa domanda. La posizione di mezzo, che è statisticamente la maggioritaria, non è una terza risposta. È l’assenza di una risposta, protetta da una vaschetta di polistirolo del supermercato.
Quali sono le mie pareti?
Un criterio che si applica solo agli altri non è un criterio, quindi lo giro verso di me.
La caccia ha al suo interno alcune zone d’ombra. Come le immissioni di selvaggina allevata e liberata poco prima dell’apertura, una forma di allevamento con qualche ora di libertà finale, chiamarla caccia è fuori dalla mia visione.
I capi feriti e non recuperati sono sofferenza prolungata che nessuno vede sono un’ombra spesso inevitabile. La fotografia mal concepita di un trofeo, con l’animale ridotto a oggetto decorativo e a conferma sociale, è la forma più pura di quella stessa dissociazione che qui sto contestando agli altri. Poi, ogni cacciatore compra al supermercato della carne, esattamente come tutti gli altri.
Ma attenzione, nulla di tutto questo indebolisce l’argomentazione di questo articolo, anzi lo conferma: la rimozione è un meccanismo umano, non la colpa di una categoria.
La frase che dà il titolo a questo mio articolo circola da decenni ed è attribuita a Paul McCartney. Viene usata da anni come argomento contro il consumo di carne: se i macelli avessero pareti di vetro, saremmo tutti vegetariani.
C’è però una filiera della carne che quelle pareti di vetro ce le ha già. Si svolge all’aperto, sotto gli occhi di chiunque passi e ogni suo singolo passaggio viene compiuto da una persona sola, che risponde con la propria coscenza.
È anche l’unica contro cui si raccolgono firme. Contro cui si manifesta in piazza e in TV. Contro cui si scagliano anche quelli che macellano gli animali per farli diventare scatolette di mangime per gatti.
Questo dimostra che il cacciatore non è il peggiore, ma è semplicemente il più semplice da vedere.


